L'edicola di Redivivo
Archivio delle strisce
Una selezione dei duelli satirici migliori, scelti e commentati dalla redazione. Ogni striscia è un fumetto a sé stante, con il proprio contesto.
- Montanelli vs Berlinguer
Turarsi il naso
La frase è sua, e gliela facciamo difendere in campo aperto: fu Montanelli, nel 1976, a consigliare agli italiani di votare Democrazia Cristiana "turandosi il naso" — pur di fermare i comunisti. Ed ecco il comunista, anzi il segretario di quei comunisti, a chiedergliene conto. Il duello è già scritto nella biografia: Montanelli l'anticomunista di ferro che pure non fu mai tenero con la DC, costretto a raccomandare l'otorino come strumento di voto; Berlinguer l'uomo che di quel voto nasale fu il bersaglio, e che può permettersi di chiedere: se per battere me dovevate turarvi il naso, che profumo aveva la vostra alternativa? Sotto la schermaglia c'è una domanda serissima che l'Italia non ha mai smesso di farsi: il voto è una scelta ideale o una turata di naso periodica? Montanelli difende il realismo — tra un difetto e un pericolo si sceglie il difetto — e Berlinguer l'idea che una democrazia che vota contro qualcuno, invece che per qualcosa, si sta lentamente disamorando. Cinquant'anni dopo, con l'astensione al posto del naso turato, il dibattito è più attuale di allora. La striscia almeno vi risparmia la cabina elettorale: qui si può ridere di tutti e due, gratis e senza matita copiativa.
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Il potere: studio TV o corridoio?
Due professionisti del potere, due scuole incompatibili. Andreotti è l'uomo dei corridoi: le correnti, le mediazioni notturne, la pazienza del ragno — il potere come sistema di relazioni che si costruisce in decenni e non si mostra mai in pubblico, perché il potere che si mostra è potere che si consuma. Berlusconi è l'uomo dello studio televisivo: il potere come consenso diretto, comprato all'ingrosso con il sorriso e la telecamera, scavalcando partiti, correnti e corridoi con un'unica discesa in campo. Il primo ha governato sette volte senza che gli italiani sapessero bene chi fosse; il secondo è stato per vent'anni il volto più riconoscibile del Paese, anche all'opposizione. Il bello è che ciascuno considera il metodo dell'altro non sbagliato ma volgare: per Andreotti la TV è un megafono per chi non ha rete; per Berlusconi i corridoi sono il rifugio di chi non regge il primo piano. Ed entrambi, da par loro, hanno vinto — e perso — abbastanza da potersi dare torto con cognizione di causa. La striscia li mette faccia a faccia sull'unica domanda su cui due monarchi possono duellare da pari: non "chi comanda", ma "da dove si comanda". Il lettore scelga il suo corridoio. O il suo canale.
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Compagni che litigano
Per una volta, niente avversari di scuderia opposta: due uomini della stessa metà campo, il socialista e il comunista, l'uno all'altro "compagno" — parola che nella sinistra italiana ha sempre indicato insieme un fratello e il principale sospettato. Pertini e Berlinguer si stimavano davvero, e proprio per questo il duello è succoso: la storia della sinistra italiana è la storia di gente che, d'accordo sulla diagnosi, si è divisa sulla ricetta, sulla virgola della ricetta, e infine sulla legittimità di chi la ricetta l'aveva scritta. Socialisti contro comunisti, massimalisti contro riformisti: un secolo di congressi vissuti come processi. La domanda è irriverente perché è una ferita ancora aperta, e affidarla a questi due è un piccolo lusso: sono tra i pochi che possono parlarne senza sembrare assolti per insufficienza di prove. Pertini il litigioso di cuore, che si è preso a male parole con mezzo movimento operaio continuando a volergli bene; Berlinguer il rigoroso, che lo strappo più doloroso lo fece non a un avversario ma alla propria chiesa madre, Mosca. La striscia li lascia dimostrare il teorema in tempo reale: due che concordano su tutto, tranne che sul motivo per cui stanno litigando.
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Chi sa più segreti d'Italia?
Il cronista e la sfinge: cinquant'anni di storia italiana visti dai due lati del taccuino. Montanelli i segreti li ha cercati per mestiere, e spesso trovati — un secolo di retroscena, confidenze e archivi personali che facevano tremare più di un palazzo. Andreotti i segreti li ha custoditi per vocazione: l'uomo che sapeva, per definizione nazionale, e che alla domanda rispondeva con quel sorriso da monsignore che era già una non-risposta. Metterli a duello su chi ne sa di più è chiedere a un cercatore d'oro e a un caveau di confrontare i rispettivi giacimenti — sapendo che nessuno dei due aprirà davvero il sacchetto. La comicità sta tutta nella reticenza competitiva: ciascuno deve far capire di sapere moltissimo senza dire niente, perché il segreto rivelato smette di essere potere e diventa solo notizia. Montanelli allude da giornalista, con l'aria di chi ha il pezzo pronto in un cassetto; Andreotti allude da statista, con l'aria di chi il cassetto l'ha fatto costruire su misura. È una scherma di sottintesi dove vince chi tace meglio — e dove il lettore, alla fine, sa esattamente quello che sapeva prima: cioè che in Italia i segreti sono l'unica risorsa naturale che non si esaurisce mai.
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L'intervista impossibile
Questa è l'intervista che non c'è mai stata, e forse è meglio così — per lui. Da una parte la più temuta intervistatrice del Novecento, quella da cui i potenti uscivano ammaccati e citati per sempre; dall'altra l'uomo che dei rapporti con la stampa ha fatto un'arte marziale personale: il sorriso come scudo, l'aneddoto come diversivo, la telecamera amica come habitat naturale. Fallaci preparava le interviste come assedi; Berlusconi le ha sempre trattate come comizi con una comparsa che ogni tanto interrompe. Farli incontrare significa mettere il metodo contro il carisma, il registratore contro il riflettore. Il duello è impari in modo interessante: lei è padrona del terreno — la domanda — e lui è maestro della fuga dal terreno, il cambio di argomento col sorriso, la seduzione dell'interlocutore scomodo. La domanda che fa da gong, poi, è di quelle che non ammettono risposta innocente: dire "non ne ho paura" è già una difesa, dire "fanno male" è una confessione. Ci piace immaginare che sarebbe finita come tutte le grandi interviste della Fallaci: con l'intervistato convinto di aver vinto, e la posterità convinta del contrario.
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Voi due o l'algoritmo?
Lo ammettiamo: questa domanda è un autogol premeditato. Le battute di questa striscia le scrive un'intelligenza artificiale — lo dichiariamo sotto ogni vignetta — e qui le facciamo discutere da due che della scrittura come mestiere umano hanno fatto una bandiera. Montanelli, che dettava alla Lettera 22 come si detta a un complice, e che avrebbe liquidato l'algoritmo con una riga fulminante sul progresso che semplifica tutto tranne gli imbecilli. Fallaci, per cui scrivere era faccenda di sangue e di rabbia, e che avrebbe considerato l'idea di delegare una frase a una macchina come delegare a qualcuno il proprio battito cardiaco. Il cortocircuito è totale e voluto: due giganti della pagina scritta che smontano la macchina, usando parole che la macchina ha scritto per loro. Se la parodia riesce, dimostra il contrario di quello che i due sostengono; se non riesce, dà loro ragione postuma. In entrambi i casi il lettore vince. Ed è anche, sotto il gioco, la domanda del nostro tempo: lo stile è una scorciatoia imitabile o il residuo non replicabile di una vita? Noi, ovviamente, siamo di parte. Loro, altrettanto ovviamente, pure.
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Giornalisti o telefonini?
Mettere questa domanda a questi due è come chiedere a due spadaccini cosa pensano delle pistole. Fallaci andava a prendersi le notizie dove sparavano davvero, e considerava il mestiere una vocazione totale, da corpo a corpo; Montanelli lo considerava un artigianato di bottega, fatto di gerarchia delle notizie, di verifica, di stile — la Lettera 22 come banco da falegname. Nessuno dei due ha mai visto uno smartphone, ed è esattamente per questo che vale la pena farglielo commentare: l'idea che chiunque, ovunque, possa filmare la Storia mentre accade demolisce il monopolio del testimone di professione — cioè il loro. La parte comica è che i due, davanti alla minaccia comune, non fanno fronte comune: litigano su quale delle loro due scuole sia resa più obsoleta dall'obiettivo del telefonino. Ha più da perdere l'inviata di guerra, ora che il fronte si autoriprende? O l'elzevirista, ora che l'opinione è diventata gratuita e universale? Sotto la schermaglia c'è la domanda seria, che riguarda chiunque legga: un miliardo di occhi senza filtro valgono un solo paio d'occhi che sa dove guardare? La striscia, da brava striscia, non risponde — inquadra.
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Perdere da onesti o vincere da furbi?
È la domanda più italiana di tutte, e infatti fa male. Il Paese che ha inventato sia il "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta" sia il culto della bella sconfitta se la porta dietro dal calcio alla politica passando per i concorsi pubblici. Pertini sta da una parte per costituzione fisica: ha perso per vent'anni contro il fascismo — perso bene, perso da uomo libero — e considererebbe l'idea stessa di "vincere da furbi" una contraddizione in termini, perché una vittoria sleale per lui non è una vittoria, è una refurtiva. Andreotti osserverebbe, con la calma di chi ha vinto spesso, che la storia la scrivono i vincitori e le belle sconfitte le raccontano i perdenti — ai reduci. Il duello funziona perché la furbizia è l'unica accusa da cui Andreotti non si è mai difeso davvero: se la porta addosso come un doppiopetto, con l'aria di chi sa che in Italia dare del furbo a qualcuno è per tre quarti un'invidia. E l'onestà è l'unico titolo che Pertini abbia mai rivendicato senza modestia. Uno gioca la partita, l'altro giudica il torneo. Alla fine resta la domanda su quale delle due Italie volete che vinca — sapendo che, storicamente, ha quasi sempre vinto l'altra.
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Cinquant'anni senza sporcarsi le mani?
La domanda è un trabocchetto con due uscite, e ciascuno dei due imboccherà la sua. Pertini risponderà che sì, si può — basta pagare il prezzo: l'opposizione, il carcere, il confino, una vita passata più a subire il potere che a esercitarlo. Andreotti risponderà che la domanda è mal posta: le mani, in politica, servono per stringere quelle degli altri, e chi le tiene in tasca per tenerle pulite non conclude niente. È l'eterno duello fra la testimonianza e il governo, fra chi considera la purezza un dovere e chi la considera un lusso da minoranza. Il gioco satirico sta nel fatto che entrambi hanno le prove dalla propria parte. Pertini può esibire una biografia senza macchie e senza poltrone ministeriali; Andreotti può esibire cinquant'anni di poltrone e rispondere, con il suo mezzo sorriso, che qualcuno l'Italia doveva pur governarla, mentre gli altri si tenevano puliti. La striscia li lascia sbattere l'uno contro l'altro sapendo che il lettore italiano questa discussione la conosce a memoria: è quella che si fa a ogni tavola, a ogni elezione, da un secolo. Solo che qui, per una volta, i due poli della questione rispondono di persona — e nessuno dei due ha mai perso un dibattito per eccesso di modestia.
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Chi ha rovinato la TV italiana?
Farla a questi due è come chiedere all'oste se il vino è buono — solo che gli osti sono due e si accusano a vicenda di aver annacquato la botte. Berlusconi la televisione commerciale l'ha inventata in Italia: le tv private, la pubblicità come ossigeno, l'intrattenimento come lingua ufficiale del Paese. Berlinguer apparteneva alla civiltà della tribuna politica, quella in cui un segretario di partito poteva parlare per mezz'ora filata a una nazione che — incredibilmente — restava in ascolto. Per l'uno la TV di Stato era un catechismo grigio da cui liberare gli italiani; per l'altro la TV commerciale era un luna park che avrebbe trasformato i cittadini in clienti. Il punto è che "rovinare" presuppone un'età dell'oro, e ciascuno la colloca esattamente dove l'altro vede il disastro. È il duello perfetto sul mezzo che ha fatto la fortuna di uno e la leggenda dell'altro: Berlusconi deve difendere il sorriso obbligatorio, Berlinguer il grigiore edificante, e nessuno dei due può ammettere che gli italiani, potendo, guardavano volentieri entrambi — il comizio la sera e il quiz subito dopo. Se cercate un colpevole per lo stato della TV, qui ne trovate due, entrambi con un ottimo alibi: l'audience.
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Tirare a campare o tirare le somme?
Ancora una battuta andreottiana usata come ring: "tirare a campare o tirare le somme". Da un lato la prudenza infinita, la filosofia del non decidere mai del tutto, del sopravvivere a ogni stagione; dall'altro l'urgenza morale di chi ha rischiato la vita per un'idea. Perché il contrasto qui è anche biografico: Pertini fu antifascista, processato e mandato al confino dal regime, uno che le somme le ha tirate quando costava carissimo; Andreotti è l'uomo della longevità, del galleggiamento sapiente. Metterli a duellare significa chiedersi se la virtù stia nel resistere o nel non esporsi mai. Ci piace perché non c'è morale facile: il temporeggiatore ha attraversato indenne mezzo secolo, il coraggioso ha pagato di persona — e il fumetto si guarda bene dal dire chi dei due ha vinto la vita. La battuta originale, per la cronaca, Andreotti la pronunciò davvero: "meglio tirare a campare che tirare le cuoia". Ed è tutto il personaggio in nove parole — la politica come arte di durare, il pessimismo travestito da buonsenso, l'ironia usata come impermeabile. Pertini apparteneva alla razza opposta, quella di chi le somme le tira in anticipo e poi paga il conto: la condanna del Tribunale speciale, il carcere, il confino. Il gioco del duello sta nel costringere il temporeggiatore a rispondere, per una volta senza rinvii, a un uomo che non ha mai rimandato niente. E nel sospetto, che lasciamo volentieri al lettore, che l'Italia li abbia sempre voluti entrambi: uno per commuoversi, l'altro per governarsi.
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Il potere logora chi non ce l'ha?
La domanda è già una battuta — quella celeberrima attribuita ad Andreotti, "il potere logora chi non ce l'ha" — e Pertini è lì apposta per contraddirla col cuore in mano. È il cinismo elegante contro l'idealismo indignato: Andreotti la butta lì come una verità mondana, quasi ovvia; Pertini si scandalizza che il potere possa essere raccontato con tanta leggerezza. Il paradosso che ci diverte è che hanno ragione tutti e due — Andreotti sul piano dei fatti, di come le cose vanno davvero; Pertini sul piano di come vorremmo che andassero. La striscia mette in scena questo cortocircuito: l'aforisma che spiega il mondo e l'uomo che si rifiuta di accettarlo. E lascia al lettore la parte più scomoda, cioè decidere a quale dei due somiglia di più. Sotto l'aforisma c'è una divergenza seria, ed è per questo che il duello regge: per Andreotti il potere è un mestiere — si impara, si esercita, si conserva, possibilmente senza farsi notare; per Pertini è un servizio in prestito, da restituire intatto e con la ricevuta. Uno lo ha maneggiato per cinquant'anni come un artigiano maneggia l'attrezzo; l'altro lo ha trattato per sette anni da inquilino di passaggio, aprendo il Quirinale come si apre una finestra. La satira lavora sul fatto che entrambe le scuole hanno prodotto risultati e alibi in pari quantità. E l'aforisma resta lì, insolente e imbattibile: perché chi il potere non ce l'ha si logora davvero — a furia di indignarsi.
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Voler bene o farsi rispettare?
Il calore contro il calcolo. Pertini è stato il Presidente più amato della Repubblica, e sull'affetto ha scommesso tutto: la schiettezza, la pipa, l'esultanza in tribuna ai Mondiali del 1982 che lo consegnò all'immaginario collettivo. Andreotti, all'opposto, non ha mai fatto conto sull'affetto — imperscrutabile, ironico, elegante nel restare a distanza — ed è durato in politica più di chiunque altro. Due strategie di sopravvivenza opposte, entrambe clamorosamente riuscite. Li abbiamo scelti perché la domanda "meglio essere amati o rispettati?" trova in loro due risposte incarnate e inconciliabili: uno ti guarda negli occhi, l'altro ti guarda dall'alto di un sopracciglio alzato. E il divertimento è che nessuno dei due riuscirà a convincere l'altro, perché ciascuno è la prova vivente che il proprio metodo funziona. La domanda, del resto, ha un pedigree illustre: è il dilemma del Principe — se sia meglio essere amati o temuti — ammorbidito per l'uso repubblicano. Machiavelli consigliava il timore, perché l'amore è un guinzaglio che tiene solo finché conviene a chi lo porta. Andreotti sembra averlo letto e sottolineato; Pertini sembra averlo letto e buttato dalla finestra. Eppure il vecchio socialista qualcosa dimostrò: che l'affetto, in politica, può essere una corazza — nessuno osava attaccare il nonno d'Italia. La striscia gioca su questa scoperta tardiva: il cinico che deve ammettere che l'amore rende intoccabili, e l'amato che non ammetterà mai quanto quel guinzaglio, ogni tanto, gli sia servito.
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Un giornalista deve piacere o dare fastidio?
Sulla carta è l'unico punto su cui vanno d'accordo: il giornalismo comodo non serve a niente, il mestiere è dare fastidio. Il problema comincia subito dopo, sul come e sul a chi. Montanelli fece del dare fastidio un gesto di indipendenza — lasciò il Corriere e fondò Il Giornale nel 1974 per non doversi allineare a nessuno. Fallaci trasformò il fastidio in un corpo a corpo con i potenti, uno per uno. Così un accordo di principio si rovescia in lite di primato: finiscono per accapigliarsi su chi, tra i due, ha dato più fastidio a più gente. Ed è la cosa più umana del mondo — perché quando due persone sono d'accordo su tutto, l'unica cosa che resta da contendersi è chi aveva ragione per primo. C'è anche una questione di prezzo, e nessuno dei due l'ha pagata a parole. Montanelli il fastidio l'ha incassato nelle gambe, gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977 davanti al suo giornale — e quindici giorni dopo era di nuovo in edicola, che è il modo più toscano di rispondere al fuoco. Fallaci se l'era già preso a Città del Messico nel 1968, ferita mentre raccontava una strage che il potere voleva invisibile. Ecco perché questo duello non è un salotto: quando questi due parlano di "dare fastidio" non descrivono una linea editoriale, descrivono cicatrici. La striscia può permettersi di riderci sopra proprio perché loro se lo sono guadagnato — e il lettore, sotto la risata, lo sente.
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Chi è il più grande giornalista d'Italia?
Una domanda pensata apposta per non avere risposta, perché nessuno dei due ammetterebbe mai il secondo posto. Fallaci aveva un ego dichiarato, senza infingimenti; Montanelli coltivava l'understatement, che è solo un modo più elegante di essere orgogliosi. La comicità nasce dallo stallo: due colossi che, invece di rispondere, gareggiano. Sullo sfondo, i loro totem — per lui la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, la penna come arma, l'indipendenza rivendicata come un vanto; per lei il coraggio fisico di stare dove nessun altro sarebbe andato. Ci piace perché è un litigio tra vanità che il lettore riconosce subito: quello in cui la vera posta non è la verità, ma chi la firma. E il fumetto lascia la questione dove l'ha trovata: aperta, e più divertente proprio perché irrisolta. Il retroscena è che i due si conoscevano bene, e la rivalità era vera: stessa Toscana, stesso mestiere, stessa allergia ai padroni, e una stima reciproca somministrata sempre in dosi omeopatiche, perché ammirarsi apertamente sarebbe stato un cedimento. Lui la trovava eccessiva, lei lo trovava troppo comodo nel ruolo di grande vecchio; entrambi, sospettiamo, si leggevano per primi. È il classico duello fra primogeniti: non si contendono un premio, si contendono la primogenitura stessa. E la domanda "chi è il più grande" è perfetta proprio perché nessuna giuria al mondo potrebbe emettere il verdetto senza essere ricusata — da tutti e due, e per iscritto.
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L'intervista perfetta: fioretto o sciabola?
Due maestri opposti dello stesso mestiere. Fallaci intervistava per ferire e far confessare: entrava frontale, senza rete, come ha fatto in "Intervista con la Storia" del 1974, dove i potenti del mondo uscivano scoperti. Montanelli, invece, smontava con l'ironia e l'understatement, convinto che una battuta al momento giusto valesse più di un interrogatorio. Sciabola contro fioretto. Il gusto del duello sta nel fatto che ciascuno considera il metodo dell'altro un errore di stile: lei lo troverebbe troppo prudente, lui la troverebbe troppo esibita. E hanno torto entrambi, perché sono entrambi grandissimi. Li abbiamo scelti perché rappresentano la domanda che ogni cronista si porta dietro: si arriva prima alla verità aggredendo o aspettando? La risposta, naturalmente, non arriva — arrivano due ego che non si cedono il passo. Per capire la posta in gioco basta un esempio per parte. Kissinger, dopo essersi lasciato strappare da Fallaci l'immagine del "cowboy solitario", definì quell'intervista l'errore più disastroso della sua carriera: la sciabola, quando entra, lascia il segno. Montanelli invece disarmava alla rovescia — dava del voi alla Storia e del tu ai potenti, li lasciava parlare finché non si impigliavano da soli nella propria importanza, e poi chiudeva con una riga che valeva un'arringa. Due tecniche opposte per lo stesso scopo: impedire al potere di recitare il copione che si è portato da casa. La striscia li mette a duello sull'unica intervista che nessuno dei due ha mai potuto fare: quella all'altro.
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Chi avrebbe più follower su Instagram?
Anacronismo puro, ed è metà del divertimento. Berlusconi è nato per il mezzo: prima ancora che esistesse la parola "influencer", aveva costruito un impero sull'idea che la comunicazione è la sostanza, che un sorriso in video vale un programma di governo. Berlinguer, al contrario, considererebbe volgare l'idea stessa di "piacere" per mestiere: per lui la politica era rigore, non spettacolo. Il paradosso è che sappiamo già come finisce — vincerebbe Berlusconi a mani basse — ed è esattamente ciò che Berlinguer gli rimprovererebbe: che i follower non sono voti di coscienza, sono applausi. La striscia gioca su questo: uno che darebbe del provinciale all'altro perché non sa fare i reel, e l'altro che darebbe del pagliaccio al primo perché li sa fare troppo bene. L'anacronismo, qui, è un bisturi. I due non si sono mai davvero affrontati nel loro tempo — quando Berlinguer morì, nel 1984, Berlusconi era un editore televisivo in ascesa, non ancora un politico — e appartengono a due ere mediatiche incompatibili: la tribuna politica in bianco e nero, dove si parlava a braccio per quaranta minuti, e la televisione commerciale, dove in quaranta secondi devi aver già sorriso tre volte. Trasportarli entrambi nell'era dello smartphone li mette finalmente alla pari, cioè entrambi fuori casa. E la domanda vera sale a galla da sola: se la politica è diventata una gara di gradimento, è colpa di chi ha aperto lo studio televisivo — o di chi ha lasciato la platea vuota?
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Soldi o ideali: cosa muove l'Italia?
È una domanda-trappola, perché ciascuno dei due incarna una risposta e la considera ovvia. Da una parte l'ottimismo del venditore, per cui il benessere materiale è già di per sé un valore morale; dall'altra la "questione morale" che Berlinguer pose a Scalfari nel 1981, l'idea che senza onestà pubblica ogni ricchezza sia sospetta. Metterli a duellare significa far collidere l'abbondanza con la sobrietà, il "godiamocela" con il "vergogniamoci un po'". Quello che ci diverte è che entrambi sono sinceramente convinti di parlare per il bene del Paese, ed entrambi sono legittimamente sospettabili di parlare per il proprio tornaconto. Non c'è un buono e un cattivo: c'è l'Italia che vuole arricchirsi e quella che vuole redimersi, sedute allo stesso tavolo, incapaci di darsi torto. Il duello ha anche una data di nascita precisa, e cade proprio nel mezzo: i primi anni Ottanta, quando l'austerità berlingueriana — le domeniche a piedi, la serietà come programma politico — passò il testimone all'edonismo delle televisioni commerciali, alla Milano da bere, al riflusso. Berlinguer fece in tempo a vedere l'inizio della festa e a dirsene disgustato; Berlusconi la festa la stava organizzando, con tanto di catering e sponsor. La striscia li coglie in quel passaggio di consegne mai avvenuto ufficialmente: uno che ammonisce dal palco e uno che distribuisce inviti in platea. Quarant'anni dopo, la domanda su cosa muova davvero l'Italia è ancora aperta — segno che, ai punti, non ha vinto nessuno dei due.
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Chi capisce davvero gli operai?
Li abbiamo messi uno di fronte all'altro perché rappresentano i due modi opposti in cui l'Italia ha raccontato il lavoro. Berlusconi, che si autodefinì "presidente operaio", parla di fabbrica con il vocabolario del fatturato e del sogno individuale: lavora sodo e ce la fai. Berlinguer parla di classe con la serietà di chi non sorriderebbe mai a favore di telecamera, e per cui il riscatto o è collettivo o non è. Il bello del duello è che nessuno dei due ha mai timbrato un cartellino, eppure entrambi rivendicano gli operai come propri. È lì che la satira lavora: due leader che dicono "io sto con te" a una platea che nessuno dei due ha davvero abitato. Vince chi convince di più — e la risposta cambia a seconda di quale Italia guardate. Le due rivendicazioni hanno perfino i loro luoghi simbolo, ed è un confronto impietoso per entrambi. Berlinguer nel 1980 andò ai cancelli di Mirafiori durante la vertenza FIAT, a dire agli operai che il partito li avrebbe sostenuti se avessero occupato: gli storici discutono ancora se fu solidarietà o azzardo. Berlusconi il suo "presidente operaio" lo coniò in campagna elettorale, dal palco, con la naturalezza di chi ha sempre considerato la fabbrica un'ottima location. Un segretario che rischia la faccia davanti ai cancelli e un imprenditore che si intesta la tuta blu senza averla mai indossata: la striscia non deve nemmeno esagerare, le basta metterli in vignetta. Il resto lo fa un secolo di retorica sul lavoro — quella sì, mai andata in cassa integrazione.
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