Perdere da onesti o vincere da furbi?
La domanda: “Meglio perdere da onesti o vincere da furbi?”
È la domanda più italiana di tutte, e infatti fa male. Il Paese che ha inventato sia il "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta" sia il culto della bella sconfitta se la porta dietro dal calcio alla politica passando per i concorsi pubblici. Pertini sta da una parte per costituzione fisica: ha perso per vent'anni contro il fascismo — perso bene, perso da uomo libero — e considererebbe l'idea stessa di "vincere da furbi" una contraddizione in termini, perché una vittoria sleale per lui non è una vittoria, è una refurtiva. Andreotti osserverebbe, con la calma di chi ha vinto spesso, che la storia la scrivono i vincitori e le belle sconfitte le raccontano i perdenti — ai reduci.
Il duello funziona perché la furbizia è l'unica accusa da cui Andreotti non si è mai difeso davvero: se la porta addosso come un doppiopetto, con l'aria di chi sa che in Italia dare del furbo a qualcuno è per tre quarti un'invidia. E l'onestà è l'unico titolo che Pertini abbia mai rivendicato senza modestia. Uno gioca la partita, l'altro giudica il torneo. Alla fine resta la domanda su quale delle due Italie volete che vinca — sapendo che, storicamente, ha quasi sempre vinto l'altra.



