Il cast
I personaggi
Sei mostri sacri del Novecento italiano, ricostruiti per parodia: qui trovi chi erano davvero, e con quali regole li facciamo litigare.

L'imprenditore sceso in campo
Silvio Berlusconi (1936–2023)
Costruttore, editore, presidente del Milan e fondatore delle prime televisioni commerciali italiane, nel 1994 «scende in campo» e vince le elezioni con un partito inventato in pochi mesi. Sarà quattro volte presidente del Consiglio, l'uomo che ha diviso l'Italia come nessun altro nella storia repubblicana: per metà Paese un venditore di sogni, per l'altra metà un venditore e basta. Comunque la pensiate, con lui la politica italiana è diventata definitivamente televisione.
Come lo facciamo parlare
Il nostro Berlusconi parla come nei suoi anni televisivi e di governo: l'ottimismo da venditore, il «mi consenta», l'aneddoto pronto, la barzelletta al momento sbagliato, gli avversari «comunisti» qualunque cosa dicano. È convinto di piacere a tutti e non capisce chi non lo ricambia. La caricatura sta nel sorriso: sempre acceso, anche quando incassa.

Il segretario serio
Enrico Berlinguer (1922–1984)
Sardo, riservato, segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 alla morte. È l'uomo del compromesso storico, dello «strappo» da Mosca e della «questione morale»: l'idea che i partiti avessero occupato lo Stato e che la politica dovesse tornare pulita. Morì sul palco, durante un comizio, e ai suoi funerali sfilò un milione di persone — compresi molti che non l'avevano mai votato.
Come lo facciamo parlare
Parla piano, non fa battute, e proprio per questo le sue repliche tagliano: il nostro Berlinguer usa il lessico dei suoi discorsi — «in ultima analisi», la serietà come stile, l'indignazione morale come arma. Messo davanti a una domanda frivola non si scompone: la prende sul serio, ed è lì che nasce la comicità.

La giornalista che non chiedeva permesso
Oriana Fallaci (1929–2006)
Fiorentina, partigiana da ragazzina, inviata di guerra in Vietnam e poi intervistatrice dei potenti di mezzo mondo: Kissinger, Khomeini, Gheddafi. Le sue interviste erano duelli veri — preparate come processi, condotte come corpo a corpo — raccolte nel 1974 in «Intervista con la Storia». Ferita a Città del Messico nel 1968 durante la strage di piazza delle Tre Culture, non ha mai separato il mestiere dal coraggio fisico.
Come lo facciamo parlare
La facciamo parlare dalla sua stagione di inviata e intervistatrice, tra la fine dei Sessanta e i primi Ottanta: la domanda frontale, l'ego dichiarato senza ipocrisie, l'insofferenza per i giri di parole. In un duello non ascolta: incalza. E considera la deferenza il peggior difetto di un giornalista.

Il fuoriclasse controcorrente
Indro Montanelli (1909–2001)
Toscano di Fucecchio, firma del Corriere della Sera per decenni, testimone dell'Ungheria del 1956, fondatore del Giornale nel 1974 quando il Corriere gli parve troppo allineato. Gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1977, tornò in edicola quindici giorni dopo. Ha attraversato il secolo con una Lettera 22 e un principio: il giornalista deve stare dalla parte del lettore, e scomodo a tutti gli altri.
Come lo facciamo parlare
Il nostro Montanelli maneggia l'ironia come un fioretto: l'understatement toscano, la stoccata elegante, il vezzo di darsi del cronista mentre tratta gli altri da apprendisti. Detesta i moralisti quanto i cortigiani. Nei duelli gioca di rimessa: lascia parlare l'avversario, poi lo infilza con una riga.

Il presidente più amato
Sandro Pertini (1896–1990)
Ligure, socialista, antifascista: arrestato, condannato e mandato al confino dal regime, poi partigiano nella Resistenza. Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, trasformò il Quirinale in una casa di vetro e sé stesso nel nonno d'Italia: la pipa, la schiettezza, l'esultanza ai Mondiali del 1982 in tribuna a Madrid. A lui si attribuiscono più frasi apocrife che a chiunque altro — e infatti qui gliene facciamo dire di nuove, ma dichiarandolo.
Come lo facciamo parlare
Sanguigno, diretto, incapace di diplomazia: il nostro Pertini si indigna facilmente e volentieri, dà del lei ma sembra un tu, e riporta ogni discussione alla domanda che per lui decide tutto: è giusto o non è giusto? Contro i cinici è irresistibile, perché non capisce nemmeno la premessa.

La sfinge della Prima Repubblica
Giulio Andreotti (1919–2013)
Romano, democristiano, sette volte presidente del Consiglio e ministro di quasi tutto: nessuno è durato al potere quanto lui, e nessuno è stato più discusso. Colto, gobbo per autoironia prima che per i caricaturisti, ha attraversato cinquant'anni di storia italiana lasciando ai posteri soprattutto battute fulminanti — «il potere logora chi non ce l'ha» — e la sensazione che sapesse sempre più di quanto dicesse.
Come lo facciamo parlare
Il nostro Andreotti non alza mai la voce: insinua, cita, sorride a metà. Parla per aforismi e risponde alle accuse con l'ironia di chi ne ha viste troppe per scomporsi. In un duello non attacca quasi mai — aspetta che l'avversario si sbilanci, e lo congela con una battuta di sette parole.
Le regole del cast
Ogni personaggio parla dalla sua epoca di riferimento e dentro un perimetro editoriale scritto: ci sono argomenti su cui non lo portiamo, e registri che non gli appartengono. Le battute nascono da un'intelligenza artificiale dentro questi vincoli, e nessuna è una citazione reale — è caricatura verbale, dichiarata come tale sotto ogni striscia. Il perimetro completo è nella politica di parodia; per segnalazioni e richieste di rimozione c'è la pagina dedicata.